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La vita portata nelle opere

 

Sintesi dei principi che strutturano le forme della mia arte, cioè del modo di come cerco di rendere discontinuo lo spazio e il tempo, per poter isolare le forme dallo sfondo, il pensiero dal nulla, fare cultura e disvelare un senso.

 

La scelta del nodo come elemento stilistico nasce dalla considerazione che Il nodo attua il miracolo di farsi percepire sia come elemento unitario sia come elemento di ambiguità, ma non di vaghezza, condensando in sé il senso della certezza di molte interpretazioni differenti ognuna delle quali è sovrana per un attimo. Il nodo, più che un oggetto, è una cosa che racchiude una serie di concetti: è trama, complicazione, equivoco, vincolo, costrizione, centralità o essenzialità. Il nodo sta al complesso: la nostra vita è la storia della sfida tra la volontà della ragione a cogliere tutto il reale e la resistenza che questo reale oppone alla ragione. Il nodo non sta solo in un quadro ma rispecchia l’intero sviluppo dell’idea.

Il nodo fissa idealmente sulla superficie del supporto il vissuto nell’arco temporale che va dalla nascita alla morte, dall’età di quando ci si sente un re, in grado di conquistare il mondo, a quella della maturità abitata più dalle assenze che dalle presenze e caratterizzata dall’ineludibile consuntivo e dal disincanto. Ma il nodo fissa al contempo indissolubilmente anche l’insieme delle relazioni che intercorrono tra il destino individuale e quello di tutti gli altri. L’opacità riveniente dalla mescolanza di unicità e molteplicità dà spessore all’opera, il dramma dell’esistere smarrisce il suo carattere individuale per riflettere il dramma di tutta la condizione umana.

 

Col mio fare arte intendo approdare al reale senza l’impiego di immagini simboliche e consentire una continua interazione delle opere con il contesto temporale e spaziale, in modo che esse possano interrogare e sollecitare domande a tutti i soggetti che le contemplano, evitando che appaiano chiuse, senza energia, in perenne immobilità, in un indifferente isolamento, in uno stato di morte fisica. E inoltre con caparbietà mi sforzo di contrastare l’idea che il valore economico prevalga su tutto, impedendo che l’arte si riduca a un’ignobile collezione di titoli di credito.

 

Il processo di configurazione dello spazio lo realizzo imponendomi volontariamente la riduzione dei gradi di libertà, attraverso l’impiego della materia di oggetti dismessi e il richiamo ideale alle regole della topologia.

La minimizzazione della quantità di strumenti di lavoro ha il potere di amplificare l’esplorazione di nuove opportunità espressive e realizzative. Quanto più si pongono dei limiti, tanto più numerose sono le variazioni cui si dà luogo. La mancanza di vincoli formali genera imitazione, non originalità.

Gli oggetti dismessi non vengono dirottati dalla loro funzione abituale a quella della loro esibizione in modo paradossale su una tela, ma viene utilizzata la loro materia già defunzionalizzata come materia pittorica. La scelta del materiale di rifiuto mutua metaforicamente il “rifiuto” dell’idea che il denaro sia l’unico generatore di valori, che le persone possano essere considerate alla stregua di “componenti/pezzi di ricambio” della società tanto da essere trasformate all’occorrenza in esuberi e in precari, che il profitto possa mangiare in modo sconsiderato il territorio e mortificare la natura trasformandosi, da sacrosanta remunerazione di un’attività imprenditoriale e di un capitale di rischio, in puro sfruttamento. La tirannia del profitto amplifica la libertà individuale ma la riempie di egoismo e solitudine.

Le opere sono realizzate in modo che lo spazio si presenti virtualmente disponibile ad assumere ulteriori configurazioni topologiche attraverso piccole trasformazioni continue, lievi manipolazioni della superficie senza strappi o sovrapposizioni. Opere aperte, anche se del tutto formate, che rimandano simbolicamente all’idea che assumere un solo metodo come unico criterio di verità vuol dire cadere nella superstizione, nel fondamentalismo.

 

La storicizzazione del quadro, ovvero la configurazione del tempo, è attuata per dissolvere l’incompiutezza che gravita come un macigno sulle mie opere. A tal fine cerco di mettere l’osservatore nelle condizioni di non circoscrivere la sua attenzione solo sull’emozione e l’aspetto formale ma di leggere nelle opere anche il divenire di un’interpretazione della realtà, di una progettualità, cioè avere la possibilità di scoprire il senso che scaturisce dalla cognizione del laboratorio intellettuale che da forma al processo realizzativo. Del resto l’arte non è intrattenimento, cosmesi o decorazione ma pensiero, è leggerezza pensante e non superficialità pesante. Per ottenere questo, all’opera viene giustapposto un titolo, non inutile didascalia, ma argomento etico e sociale di stringente attualità - accostamento solo in apparenza arbitrario - per far leva sul carattere costruttivo della provocazione, dell’ambiguità, del non equilibrio e della contaminazione, ponendo a confronto pensiero e creatività; forte del convincimento che i fattori extra-estetici rendano efficace e degna di ripetuta attenzione un’opera. Il titolo ha come obiettivo, non quello di favorire la ricerca nel quadro di simboli da interpretare, ma quello di facilitare la scoperta di altri significati, di modi differenti di vedere e comprendere quello che è di fronte ai nostri occhi immobile e che di colpo ci appare completamente diverso. In altre parole intendo fornire una strategia cognitiva a chi legge l’opera affinché possa, camminando senza sentiero, decidere fra diverse incertezze, nella consapevolezza che l’esperienza artistica abbraccia in un’unica interpretazione complessa tutta una serie di visioni successive, una sintesi di sensazioni e pensieri.

Al fine di chiarire quest’ultimo concetto faccio riferimento a un quadro di Vincent Van Gogh che l'artista dipinse ad Auvers-sur-Oise. Il quadro raffigura una campo di grano mosso dal vento e sovrastato da un cielo vorticoso sul quale si staglia il volo minaccioso di alcuni corvi. E’ un quadro, come altri dipinti da Van Gogh, in grado di suscitare forti emozioni sull’osservatore. Ma sapere che quello è l’ultimo quadro che l’artista ha dipinto prima di suicidarsi sconvolge completamente il modo di percepire l’opera e quello che è davanti ai nostri occhi si mostra improvvisamente in una luce completamente diversa. Scopriamo nella stessa opera tutta una serie di significati nascosti e un senso inaspettato.